FINALMENTE IL LIBRO SU AWE E’ USCITO!!

Awe, profonda meraviglia, sublime psicologico..se leggete questo blog, sapete perfettamenre di cosa parlo. Siete anche a conoscenza della portata di un libro in italiano su questo tema.

Devo ringraziare molte persone per essere giunta a pubblicare questo volume. Sicuramente il mio coautore, il prof. Andrea Gaggioli e poi la sequenza è lunghissima. Le persone che mi sono state vicine non hanno bisogno di riconoscimenti particolari, non su questo blog. Sanno tutto.

Quindi, come sempre, lascerei parlare i fatti e invito tutti voi stasera alle ore 18.00 a collegarvi per uno splendido webinar di presentazione di questo lavoro così ardito e ancora tanto da affinare..

Il titolo? “LA PROFONDA MERAVIGLIA: LA PSICOLOGIA DEI MOMENTI DI ETERNITA'” (Edizioni San Paolo)

Mi sono resa conto che devo ancora alleggerire tante parti per renderle più accessibili. E’ un lavoro lunghissimo e mi dà speranza, quella che nasce nel momento in cui sai che non hai finito, che c’è ancora molto da dire, da fare, da progettare..quella che fa da anticamera alla profonda meraviglia..

Volete partecipare? Ecco qui il link per iscrivervi: https://www.sublimescience.it/2021/03/15/incontrare-il-sublime-il-potere-trasformativo-delle-esperienze-di-profonda-meraviglia/

Dove comparlo??? QUI!

E una breve descrizione dell’evento!!!

Prosegue il ciclo di incontri online organizzato nell’ambito del progetto Prometheus che per questa sua prima edizione ha il titolo “Avvicinare le emozioni – Tra scienza, arte e tecnologia”.

  Quando osserviamo un bambino stupirsi delle più piccole cose, quando lo scrutiamo mentre resta incantato davanti alla bellezza di un cielo azzurro o di una montagna innevata, stiamo assistendo ad un fenomeno raro e incredibile: la profonda meraviglia. Tante occasioni di meraviglia popolano le nostre vite ma spesso siamo ciechi nel coglierle perché il nostro sguardo è focalizzato su qualcosa di più “concreto”, come ad esempio le preoccupazioni quotidiane. Eppure, osservare il mondo con altri occhi, a qualsiasi età, permette di attivare processi di trasformazione e cambiamento che migliorano la qualità della nostra vita.

In questo webinar, la dott.ssa Alice Chirico e il prof. Andrea Gaggioli dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, anche a partire dal loro recente lavoro “La profonda meraviglia – La psicologia dei momenti di eternità” ci guideranno nell’esplorazione del potere trasformativo delle esperienze di meraviglia e degli studi scientifici più recenti sul tema. È nell’esperienza di questi momenti infatti, che si apre la possibilità di un orizzonte di infinito fondamentale per il nostro benessere e che ci permette di ritrovare, aspetto ancor più cruciale in quest’epoca di incertezza, il nostro posto nell’universo.

Stasera vi aspettiamo numerosi con i vostri commenti e le vostre domande!!

LINK AL WEBINAR DI PRESENTAZIONE DEL LIBRO: https://www.youtube.com/watch?v=aYh5rB9VMsc

Orientiamoci ad una scienza delle emozioni.. perché anche gli Scienziati sono persone normali e si emozionano

Il desiderio di  fare scienza può essere ispirato dalle nostre emozioni?

Molti ricercatori hanno risposto e rispondono tutt’ora che non solo è possibile ma in effetti è proprio così…(Hicks & Stewart, 2020), soprattutto se sono coinvolte emozioni epistemiche (Morton, 2010).

E che cosa sono le emozioni epistemiche?

La mia emozione epistemica preferita è “la curiosità” che è una di quelle ad entrare in gioco maggiormente quando impariamo (Valdesolo et al., 2016). La curiosità implica una violazione delle aspettative che abbiamo su un determinato evento per noi saliente. Da qui, deriva la necessità di ottenere maggiori informazioni su tale evento per approdare a una spiegazione plausibile.

Per esempio, vi suggerisco di seguire Barbascura X su Youtube: il suo format si  basa sulla violazione delle aspettative, ossia degli schemi che usiamo abitualmente per interpretare e affrontare le questioni scientifiche…tipo?

Vi piacciono i panda? A chi non piacciono i panda???

Tuttavia, non si tratta di animali così soffici, teneri e meravigliosi come potremmo pensare. Sono invece sporchi, leggermente stupidi e decisamente disgustosi…vi piacciono ancora? Forse, ora, vi verrà voglia di cercare maggiori informazioni su questo argomento…è così che funziona la curiosità!

Guarda questo video per farti un’idea:

Curiosità: lo sai che possiamo vivere l’emozione della “curiosità” anche nei confronti di noi stessi? Possiamo essere curiosi in merito a come siamo ed è anche possibile misurare questo livello di curiosità con la “scala di curiosità personale” (Aschieri & Durosini, 2015). È un aspetto chiave del nostro benessere e della nostra salute (Kashdan, Rose, & Fincham, 2004). 

Link alla scala della curiosità personale: https://www.tpmap.org/wp-content/uploads/2015/11/22.3.2.pdf

Non è finita qui..

Esistono molte altre emozioni epistemiche. Per esempio, vi consiglio di leggere alcuni studi sulla “confusione”, una delle emozioni epistemiche che sono state indagate meno (Vogl et al., 2020) eppur più..interessanti. Credo che sia qualcosa che abbiamo sperimentato abbastanza di frequente in questi mesi.

Infatti, la scienza stessa si fonda sull’incertezza che origina la confusione e tenta di risolverla e ricomporla. Questo avviene soprattutto perché sono presenti contemporaneamente molte informazioni diverse e tutte sembrano avere la stessa validità: chi ha ragione sul COVID?? Davvero è così letale? Alcuni scienziati dicono di sì, altri di no..

Cosa facciamo di solito in queste situazioni? Cerchiamo più informazioni, tendiamo ad esplorare di più. Ciò non significa che diventiamo sempre più competenti. Piuttosto, significa semplicemente che siamo inclini a raccogliere molte più informazioni perché ne sentiamo il bisogno. Quel che succede è che, spesso, quando siamo guidati dalla confusione tendiamo anche a considerare attendibili quelle convinzioni e quelle risposte che ci siamo dati noi, senza approfondire e capire, nonostante poi si rivelino scorrette…

Due risvolti della stessa medaglia..

Tutte le emozioni epistemiche comportano una dose di incertezza ma la curiosità e la confusione di solito conducono ad assimilare nuove conoscenze per ridurre l’incertezza che le caratterizza.

Fondamentalmente, le emozioni epistemiche non comportano solo un bisogno più intenso di ricercare e approfondire la conoscenza su uno specifico tema, ma rendono le esperienze che violano gli schemi indimenticabili e più facili da ricordare (Valdesolo, Shtulman & Baron, 2016).

Esiste anche un’altra emozione il cui potere ci spinge oltre al bisogno di far ricerca o di approfondire. È il sublime.

Come ha mostrato un recente lavoro qualitativo di Hicks e Stewart (2020), esistono delle emozioni epistemiche specifiche che si basano sulle nostre certezze per lasciare spazio alla trasformazione e questo è il caso dello stupore (Cuzzolino, 2019). Quando facciamo esperienza di questo senso di sublime è molto probabile che stiamo vivendo un’autentica esperienza di apprendimento trasformativo. 

Coloro che sperimentano il sublime, non solo sono più inclini ad approfondire nuove conoscenze, ma sono anche molto più propensi a cambiare le conoscenze che già hanno e a trasformare la loro visione attuale degli altri, del mondo e di sé stessi. Infatti, per poter dare senso a un’esperienza emotiva originale è necessaria un’ulteriore elaborazione e riflessione sulla quest’ultima.

In altre parole. Quale processo dovrebbe verificarsi per far sì che un’esperienza di stupore e meraviglia ci trasformi? La risposta è: riflettere sull’esperienza stessa e attivare processi di creazione di significato.

Come nasce il sublime nella vita degli scienziati?

Cuzzolino (2019) ha condotto delle interviste approfondite a 30 scienziati per valutare la loro esperienza di sublime nella scienza. Volete conoscere i risultati?

  1.  Forse, se avete risposto “si”, non siete dei veri scienziati. In effetti, gli scienziati hanno affermato di sperimentare più stupore durante il processo di ricerca rispetto alla fase dei risultati. “Il viaggio conta più della destinazione”.
  2. Il sublime come motivazione per fare ricerca, scoprire e sopportare l’incertezza della ricerca.
  3. Il sublime porta alla condivisione dell’esperienza stessa.
  4. Il sublime implica l’auto- riflessione (come hanno detto Hicks e Stewart !!!).

Un risultato colpisce più degli altri: “Lo stupore porta a condividere l’esperienza stessa”. Credo che il mio desiderio di condividere con tutti voi i risultati scientifici sia principalmente motivato dalle mie esperienze di stupore nella ricerca e nella vita in generale. Infatti, è difficile differenziare la vita e la ricerca, dal momento che fare ricerca e scienza diventa un vero e proprio atteggiamento, un modo di vivere…

Ho incontrato molti altri colleghi che sono stati indotti a raccontare la scienza agli altri a partire dai momenti di stupore che hanno vissuto sia nella scienza che nella loro esperienza di vita. Ci troviamo nel campo della divulgazione scientifica, un campo nuovo per me e uno vecchio per quelle persone che presenterò di seguito.

Guarda questo ragazzo meraviglioso “Luca Perri”:

https://www.youtube.com/channel/UCyHaMPx0k-TY4gyqmRT23Vg

Ha una capacità unica di gestire questioni delicate come, per esempio, gli errori nella scienza. È un maestro del sublime.

Vuoi saperne di più? Adrian Fartade è la risposta che desiri ma che non ti aspetti di avere. Dai un’occhiata al suo canale: https://www.instagram.com/adrianfartade/?hl=it

Adoro il suo modo di combinare arte, performance, una visione genuina del mondo e un amore autentico per la scienza e la conoscenza in generale.

Infine, guarda anche Matteo Cerri, uno scienziato sorprendente:

https://cerriblog.com/

Queste persone sono originarie dell’Italia, ma ci sono anche comunicazioni scientifiche internazionali che meritano attenzione e sono molto interessanti da seguire o da contattare! Dai un’occhiata a questa meravigliosa donna Evguenia Alechine: https://travelerscientist.com/ dedita alla sostenibilità.

Ne conosci altri?? Segnalameli qui! Sono sempre curiosa di conoscere nuove realtà!

Towards transformative awe experiences in science learning: Also Scientists are normal and emotional people

Can our desire to learn science be nurtured by emotions?

Several researchers are answering and had answered “yes, it can and it is actually so..” (Hicks & Stewart, 2020), especially if epistemic emotions are involved (Morton, 2010).

BTW, what are epistemic emotions?

My favorite is “curiosity“, one of the most triggered emotions nowadays (Valdesolo et al., 2016). Curiosity entails the violation of our expectations on a given salient event which drives to the need for gaining more information on this gap to find a plausible explanation.

Just have a look at the works of Barbascura X on Youtube: his format relies on expectation violation, i.e., of the most accustomed frames we use to interpret and approach scientific issues…would you love having an example?

Do you love Panda? Who doesn’t love Panda??? Almost everyone loves them. However, they are not as soft, as tender, as marvelous animals as we expect. They are quite dirty and a little bit stupid and disgusting…do you still love Panda? Maybe, now, you are led to seek for more information on this topic…that’s how curiosity works!

Check this video to get an idea: https://www.youtube.com/watch?v=eZ1Nu8XTBMQ&list=PLugRrYeMMjl3CFZemTmLm8gQBUJTRf5GR&index=4

Curiosity: do you know that we can experience this emotion also regarding ourselves? We can be curious about ourselves and this aspect has been also measured in Italy, with the “self-curiosity scale” (Aschieri & Durosini, 2015). It is a key aspect for our wellbeing and health (Kashdan, Rose, & Fincham, 2004).

Link to the self-curiosity scale: https://www.tpmap.org/wp-content/uploads/2015/11/22.3.2.pdf

There are many other epistemic emotions. Check for “confusion“, one of the least investigated epistemic emotions (Vogl et al., 2020). I believe it is something we have been quite used to experience in these last months.

Indeed, science itself dwells on confusion and attempts to solve and recompose it, especially when many different information coexist at the same time and they appear to have the same validity. What are we inclined to do in this situations? Usually, we look for more information, we explore more. This doesnt’ mean that we become more and more competent, it just means that we are prone to collect much more information since we feel the need for it. Crucially, often, when we are led by confusion, we also tend to endorse our beliefs and answers despite they are not correct..

Bright and dark side..

All epistemic emotions entails uncertainty but curiosity and confusion usually led to assimilate new knowledge to alleviate uncertainty.

Crucially, epistemic emotions do not just lead to a more intense need for knowledge seeking and exploration but they make schema-violating experiences more memorable and easy to be recalled in our memory (Valdesolo, Shtulman & Baron, 2016).

Moreover, there is another emotion whose power goes beyond knowledge seeking or knowledge exploration. it is awe.

As a recent qualitative work of Hicks and Stewart (2020) showed, there are specific epistemic emotions able to build upon our certainties to leave room for transformation, and this is the case of awe (Cuzzolino, 2019) When we experience awe, we are very likely to live an authentic transformative learning experience. People in awe are not just prone to assimilate new knowledge but especially to change existing one as well as to transform their current view of the others, the world and themselves. Indeed, a further elaboration and reflection on the original emotional experience is needed to make sense of the it.

Put differently. What’s the main process it should take place to let an awe-inspiring experience transform us? By reflecting on the experience itself, by activating meaning-making processes.

How does awe take place in scientists’ experience?

Cuzzolino (2019) conducted in-depth interviews with 30 scientists to investigate their experience of awe in science. Do you want to know the results?

  1. Maybe, if you answered “yes”, you are not a true scientists. Indeed, scientists reported more awe during the research process vs. the result stage. “the journey counts more than the destination”.
  2. Awe as a motivation for doing research, discover and stand uncertainty of research.
  3. Awe leads to sharing the experience itself.
  4. Awe entails self-reflection (as Hicks and Stewart said!!!).

One result affected me the most: “Awe leads to sharing the experience itself”. I believe my desire to share scientific results with you is mainly motivated by my experiences of awe in research and in life in general. Actually, it would find hard to differentiate life and research, since doing research and doing science becomes an attitude, a way of living…

I discovered several other colleagues led by their awe moments in science and life to tell science to others. We are in the domain of scientific dissemination, a new one for me and a old one for those people I am going to introduce in the followings.

Check This amazing guy “Luca Perri“: https://www.youtube.com/channel/UCyHaMPx0k-TY4gyqmRT23Vg

His ability to manage delicate issues such as errors in science, it unique. It is a master of awe 🙂

You want more? Adrian Fartade is the asnwer you desire but you cannot expect to have. Check his channel: https://www.instagram.com/adrianfartade/?hl=it

I love his way of combining art, performance, a genuine view of the world and an authentic love for science and knowledge in general.

Finally, check Matteo Cerri, amazing scientist: https://cerriblog.com/

These belong to Italy, but there are more international science communication who deserve attention and are really interesting to follow or also contact! Check this wonderful woman Evguenia Alechine: https://travelerscientist.com/ devoted to sustainability.

What’s more?? Just point them out here! I am always eager to know!

Towards a science of complex experiences: Diversifying experiences in real life. New discoveries and caveats!

Dear All,

have you ever experienced something so strange, unique, surprising exceptional or, simply, so different from the daily routine to feel somehow “touched” by the experience itself?

I guess the answer will be yes and the examples would be many. From meeting the love of your life, to the birth of a new child, to the view of aurora borealis, to several episodes of bullism but successfully overcome, to the death of a beloved..These could be called “Diversifying experiences (DE)(Damian & Simonton, 2014).

Life always sends us this kind of surprises. However, everytime something really unexpected challenge our mental schema, we are required to put a significant effort to make sense out of this “chaos” generated by the violation of what we though to know till that moment.

So, all significantly unexpected events are Diversifying experiences? Oh, no! There are some circumstances under which an unexpected, unusual event can become a DE:

(i) Some cognitive violation is needed. I mean, it is not necessary to move from Italy to Japan without a job and without knowing a single word of Japanese 🙂 It would be enough to be exposed to some kinds of elementary violations, something that could be done also in Virtual Reality or in reality. For instance, Ritter et al. (2012) created scenarios in which logic of physics was violated (e.g., a fallen glass lifting instead of shattering into thousand pieces) either involving participants actively [through a virtual reality (VR) simulation] or passively (through a movie). Also, in Ritter et al. (2014) individuals were not directly engaged into specific paradoxical action plans but when they identified with other individuals realizing paradoxical actions..so just observing something weird can be a starting point to generated a DE. But what’s needed more?

(ii) A specific appraisal of the situation. Appraising a situation as a challenge, instead of as a threat would more likely lead to a DE..It means that we do not feel just overwhelmed and defeated. Instead, we feel that we have enough skills, energies to face the event..(Gocłowska et al., 2018).

(iii) Moving forward. Surprise and challenge are not enough to lead to a DE. We should also perceive the experience positively. Being motivated to look for more information, connecting even distant ideas and process more data should be the key (Gocłowska et al., 2018).

(iv) Also, the body. Some body-related violations could foster cognitive flexibility as a preliminary  (Huang and Galinsky, 2011).

(v) Individual differences. We do not react the same way to the same violations. Some people with lower need for fixed structure and higher openness to experience are more likely to build upon schema violation towards a DE. Those higher in the former and lower in the latter would “resist” to the violation and, to some extent, also refuse it..

check out our article: https://www.frontiersin.org/articles/10.3389/fpsyg.2020.01396/full

Why caring so much about DE? Well, nothing so relevant..they just BOOST your creativity, specifically you creative thinking!!!!!!!!!!!!!!!! After a DE, people can connect even distance concepts more easily, flexibility and generate new usable ideas.

Now that we have captured your attention, please, keep on reading how we further check whether even a real-life DE, and not an artificial one created in the lab, could do the same, could foster creativity..

We relied on a special case of real-life DE, the one created by the Institute of Blinds in Milan, which is a renowned format called “Dialogue in the Dark“.

Just imagine to live as a blind person…no light but still all activities you are accustomed to there, to be done…walking, doing happy hour, talking with other people in a park…

And now, imagine the same activities carried out in the presence of light.

These were the two experimental conditions which our participants undergone. Just one condition for each participant.

Our research question was simple: Does “Dialogue in the Dark” as a DE boost creative thinking?

Not exactly!

Creativity scores were significantly higher in the condition in which light was present! People who carried out activities in the presence of light were more creative immediately after the experience compared to the other participants who carried out the same activities but in the absence of light.

However, the “Dialogue in the Dark” was a really DE compared to the other one. It was perceived positively and as a challenge. And, we know that DE requires effort to be integrated into our current mental schema..thus, more time would be needed to capture the impact of this DE on creativity…

Did you see? We already have another research question.

 

Lesson learnt: if you challenged by life, take some time to understand and look the beyond. Then, go to try “Dialogue in the Dark”!

 

 

Curare le persone con la natura in realtà virtuale? La scienza è d’accordo..

Se la Natura ha un effetto cruciale sul nostro benessere, perchè non dovrebbe farlo anche una sua simulazione digitale e virtuale? In effetti, la scienza ha scoperto che è così: i benefici non decadono passando da reale e virtuale.

Come promesso, troverete la traduzione italiana dell’articolo pubblicato una settimana fa e relativo alla mia intervista sul Washington Post e che vi avevo riproposto in formato originale.

Grazie alla Dott.ssa Elena Gianotti con cui sto lavorando all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, abbiamo ora anche la traduzione dell’articolo nell’ottica di una divulgazione scientifica più democratica possibile.

Di seguito ecco il link all’articolo originale: https://www.washingtonpost.com/video-games/2020/04/28/can-virtual-nature-be-good-substitute-great-outdoors-science-says-yes/?fbclid=IwAR13qq_e8Xndj7hvGOhUuYkljwwCGwhz1BDdMJQk-yS_TtkYwchi-VyNAG0

 

Qui trovate la traduzione.

La natura virtuale può sostituire i grandi spazi aperti reali? La scienza è d’accordo

Intervista del Washington Post di Lewis Gordon agli esperti di Realtà Virtuale (VR) e VR Naturalistica

Tra il 1972 e il 1981 Roger Ulrich studiò le registrazioni di 46 pazienti che si stavano riprendendo da un intervento chirurgico alla cistifellea. Le stanze dei pazienti su un lato dell’ospedale si affacciavano su alberi a foglie decidue. Le altre davano su un muro di mattoni. Ulrich, che credeva che la vista su un albero di pino avesse aiutato il suo recupero da una malattia renale avuta in adolescenza, voleva scoprire se i pazienti con una finestra affacciata su uno scenario naturale avrebbero goduto di maggiori benefici curativi rispetto a quelli senza. I risultati parlano da soli – e hanno continuato a influenzare una generazione di ricerche sulla natura. I pazienti che potevano vedere l’albero hanno goduto di soggiorni post-operatori più brevi, hanno avuto meno valutazioni negative dagli infermieri, hanno preso una dose di analgesici  inferiore, e avevano punteggi leggermente più bassi per le complicanze post-chirurgiche minori. Anche da lontano, la flora terrestre ha avuto un profondo impatto sui pazienti.

Piccoli momenti di tranquillità, come il vento che fruscia attraverso gli alberi, panorami accessibili solo dalle cime delle montagne..Meno persone stanno vivendo questi eventi rispetto al passato. Ma a quanto pare, fare un bagno nella foresta in un luogo stimolante come nel gioco “Red Dead Redemption 2” potrebbe influenzare il nostro cervello in modi simili alla natura reale. Secondo i ricercatori di tutto il mondo, la natura virtuale potrebbe fornire benefici psicologici e fisiologici paragonabili a quella reale.

Il Covid-19 ha costretto molti a stare al chiuso, e anche prima, tendenze a lungo termine come l’urbanizzazione e l’informatizzazione avevano profondamente modificato il rapporto dell’umanità con i grandi spazi aperti. Ora, la ricerca in corso sta cercando di capire esattamente cosa ci stiamo perdendo e come potremmo accedere alla natura da remoto usando i videogiochi e la tecnologia VR.

L’affascinante qualità della natura

A ventinove anni dall’esperimento dell’ospedale di Ulrich, una piccolo team del Dipartimento di Psicologia dell’Università canadese di Waterloo ha scoperto che l’esposizione a una foresta virtuale era in grado di ridurre lo stress. Il bosco virtuale è stato creato utilizzando uno strumento del 2006 Elder Scrolls IV: Oblivion, un gioco di ruolo di successo pubblicato quattro anni prima. I partecipanti avevano libero sfogo in un ambiente di 1.600 metri quadrati pieno di fogliame e fronde rappresentate dettagliatamente. Non sono venuti in contatto con odori gelidi o micro-batteri che si agitano, fenomeni che portano benefici per alleviare lo stress nel mondo reale. Tuttavia, i partecipanti hanno provato di un senso di relax nella foresta poligonale. Le emozioni positive sono aumentate mentre i segni rivelatori di ansia – frequenza cardiaca e conduttanza cutanea – sono diminuiti.

Molti articoli scritti da team di ricerca di tutto il mondo hanno registrato risultati simili. A Taiwan, alcuni ricercatori hanno testato scene VR dell’idilliaca foresta nazionale di Aowanda rispetto ai frenetici paesaggi urbani di Taipei, rilevando una riduzione di sentimenti negativi come confusione, affaticamento, rabbia e ostilità, tensione e depressione. (“La tecnologia VR può servire come modo alternativo per accedere agli ambienti naturali utile al recupero“, hanno scritto.) Ricercatori svizzeri, nel frattempo, hanno rilevato un abbassamento della frequenza respiratoria e della pressione arteriosa nei soggetti esposti alla natura VR in un ambiente di terapia intensiva.

Alex Smalley, leader del progetto Virtual Nature, che esplora come le esperienze digitali del mondo naturale possano influire sulla salute e sul benessere, afferma che ci sono due teorie che potrebbero spiegare gli effetti positivi della natura digitale. Il primo è il concetto di biofilia di Edward O. Wilson, che ipotizza che nel corso di milioni di anni gli esseri umani abbiano sviluppato preferenze evolutive per ambienti lussureggianti e abbondanti, in quanto offrono uno spazio per riprendersi dallo stress e dalla fatica. Poi vi è la teoria della Rigenerazione dell’Attenzione, sviluppata da Rachel e Stephen Kaplan negli anni ’80, che suggerisce che la qualità ipnotizzante della natura, a cui si può prestare attenzione senza un significativo sforzo cognitivo, ci consente di recuperare e ristorarci dalla vita moderna che attira la nostra attenzione provocandone spesso una iperstimolazione. “Scene naturali ricche e verdeggianti offrono questa idea di dolce fascino“, afferma Smalley, riferendosi alla Teoria della Rigenerazione dell’Attenzione. “Se sono seduto vicino a un lago e l’acqua si increspa lentamente, questo mi tiene fisso lo sguardo. Non sto analizzando le increspature, ma esse permettono al mio cervello di andare in uno stato di rilassamento, cosa che fa sì che al mio cervello venga imposto di concentrarsi per ricostituirsi“. Fondamentalmente, possiamo sperimentare questi effetti non solo attraverso la natura reale, ma anche da remoto attraverso rappresentazioni digitali e video. Chiunque abbia sperimentato l’erba delicatamente svolazzante in “The Legend of Zelda: Breath of the Wild del 2017” potrà testimoniare la sua qualità ipnotica e calmante.

Le applicazioni cliniche sono molteplici. Smalley immagina dosi prescritte di natura virtuale per coloro che potrebbero avere difficoltà ad accedere fisicamente all’aria aperta, sia per i pazienti ospedalizzati che si stanno riprendendo da un importante intervento chirurgico, sia per quelli immunodepressi, o per gli anziani nelle case di cura. “La nostra situazione attuale, vivendo tutti uno stato elevato di ansia data dall’impossibilità ad uscire di casa, imita in realtà queste condizioni molto ampiamente per la maggior parte della popolazione“, dice.

Tuttavia, Matthew Browning, Assistant Professor presso il Dipartimento Parchi, Ricreazione e Turismo dell’Università di Clemson e direttore del laboratorio di Realtà Virtuale e Natura, avverte che la natura virtuale può solo simulare i componenti audiovisivi della natura. Alberi, piante e altra vegetazione fisica offrono una miriade di benefici, dall’assorbimento di inquinanti atmosferici e del rumore alla secrezione di sostanze chimiche note come fitoncidi che rafforzano il nostro sistema immunitario.

Browning ritiene che le nostre risposte psicologiche alla natura non siano necessariamente innate ma si sviluppino attraverso l’esperienza personale. Come ex ranger del parco nazionale e statale nello sterile paesaggio dello Utah, ha sviluppato una passione per i deserti. Altri, tuttavia, compresa sua moglie, non provano sentimenti così positivi. “La mia teoria è che ci sono questi periodi di transizione nella nostra vita in cui acquisiamo familiarità con i paesaggi naturali e  vi mostriamo un attaccamento“, dice. “E questi periodi guidano le nostre preferenze più avanti nella vita.”

Questo è importante perché le reazioni alla natura virtuale probabilmente si basano in modo analogo sulla nostra situazione personale. La ricerca di Browning mette alla prova gli effetti della natura virtuale trasmessi attraverso i video in un visore VR. Più la dose della natura virtuale è su misura, secondo la logica, e più efficace è la terapia. Browning spera che ulteriori ricerche possano dirigersi verso esperienze iper-specifiche, con l’obiettivo che il personale medico possa catturare lo specifico ambiente familiare e confortante da somministrare usando i video. I risultati, dice, potrebbero essere “enormi per l’esperienza del paziente”.

 

Paesaggi digitali sublimi

La maggior parte delle persone isolate durante la pandemia Covid-19 non avrà accesso ad una natura virtuale concentrata e pronta, da laboratorio. Ma, all’interno dei paesaggi di giochi come Horizon Zero Dawn, ci sono tratti di infinita bellezza ecologica. Gli studi degli sviluppatori hanno creato riproduzioni quasi fotorealistiche della natura, simulando non solo i suoi dettagli più minuziosi ma anche i fenomeni più grandi come imponenti sequoie, valli ondulate e vasti cieli pieni di stelle. Fondamentalmente, tali ambienti spesso infondono lo stesso senso di meraviglia che proviamo all’esterno.

Secondo Alice Chirico, Assegnista presso il Dipartimento di Psicologia dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, esperienze in grado di ispirare il sublime, un’emozione che unisce meraviglia e soggezione, svolgono un ruolo vitale nello stimolare la salute mentale positiva. “Si tratta di un’emozione trascendente. Accade quando sei così sopraffatto dalla vastità di ciò che stai vedendo, da sentirti piccolo”, dice. “Questa diminuzione del sé non è solo un modo per sentirsi annientati, è un modo per trovare il proprio posto nell’universo. In questo modo, ti senti anche più connesso”.

Questo concetto, che potrebbe sembrare new age, è supportato da diverse scoperte in psicologia e nelle neuroscienze. L’esperienza di sublime coinvolge il sistema nervoso parasimpatico che ci aiuta a rilassarci, al contrario del sistema nervoso simpatico – responsabile delle risposte di “lotta o fuga” e rilascio di adrenalina e cortisolo. Il Sublime può anche svolgere un ruolo importante nel ripristino dell’attenzione, offrendoci l’opportunità di riposare la nostra attenzione focalizzata man mano che l’attenzione involontaria prende il suo posto.

Negli ultimi dieci anni, videogiochi di successo come Death Stranding hanno iniziato ad abbracciare l’interazione, che va oltre il combattimento spesso pervasivo dei loro antenati. In particolare, le modalità fotografiche – la capacità di scattare foto nel gioco come potremmo fare nel mondo reale – stanno trasformando questi siti in spazi più silenziosi e più contemplativi, allineandoli senza dubbio con una tradizione che si estende ben oltre il computer. Smalley guarda ai giardini pensili di Babilonia, alle tradizioni monastiche incentrate sul riposo e sul recupero nel verde e agli artisti pittoreschi che hanno probabilmente cominciato a formalizzare il modo in cui percepiamo la natura. “Queste idee esistono da molto tempo”, afferma. Ora, durante il blocco della pandemia, i giocatori potrebbero cercare sempre più la natura nei videogiochi: l’incarnazione scintillante del ventunesimo secolo di tradizioni così durature.

Healing people with virtual nature?Science agrees. My interview in the Washington Post

Hi All,

I have been interviewed by the Washington Post about whether Virtual Nature could bring the same benefits of Real nature. I said “yes, but under some circumstances”. I stressed the role of other phenomena closely associated to nature, such as emotions, especially to awe and wonder.

I am not alone in supporting this potential of Virtual Nature..Lewis Gordon from the Washington Post interviewed several experts on this topic including..ME!!!!!!

Check my past article on virtual and real nature: “When Virtual Feels Real: Comparing Emotional Responses and Presence in Virtual and Natural Environments

Check this choral interview from the Washington Post below.

Sublime digital landscapes

Most people isolating during the covid-19 pandemic won’t have access to concentrated, laboratory-ready virtual nature. But nestled amid the landscapes of games such as Horizon Zero Dawn are stretches of unending ecological beauty. Development studios have created near-photorealistic recreations of nature, simulating not just its minutiae but larger phenomena such as towering redwoods, rolling valleys, and vast, star-filled skies. Crucially, such environments often instill the same sense of wonder we feel outside.

According to Alice Chirico, a postdoctoral researcher in the Department of Psychology at Catholic University of the Sacred Heart of Milan, such awe-inspiring experiences play a vital role in stimulating positive mental health. “It’s a transcendent emotion. When you are so overwhelmed by the vastness of what you are seeing, then you feel small,” she says. “This diminishment of the self isn’t just a way to feel annihilated, it’s a way to find your place in the universe. By doing that, you feel more connected.”

This might sound new age, but it’s supported by discoveries in psychology and neuroscience. Experiencing awe engages the parasympathetic nervous system which helps us relax, as opposed to the sympathetic nervous system — in charge of “fight or flight” responses and releasing adrenaline and cortisol. Awe may also play an important role in attention restoration, offering us an opportunity to rest our focused attention as involuntary attention takes its place.

(..)

Now, during the pandemic lockdown, players might increasingly seek nature in video games — the glittering, twenty-first century incarnation of such enduring traditions.

Another Real virus now is Fear: Stay connected to face it/ Un altro virus ora è la paura: restiamo uniti per combatterlo

 

 

Watch out this different video. Different in content, message and intentions. A physical disease exists but an even more dangerous one has emerged. It is fear. Always hidden and always there. Are you still so sure that we aren’t in a war like scenario? Fear disconnects. Love connects to others and to our human nature. Just love and don’t panic. Have a wonderful day!

Sono molti i giorni in cui continuo a leggere e sentire frasi di pressante e pedante biasimo dette da chiunque a qualsiasi persona che si sospetti non rispetti le direttive degli ultimi decreti.

All’inizio si biasimavano i corridori, gli sprezzanti amanti delle passeggiate. Il decreto, però, non lo vietava. Dopo, abbiamo iniziato a criticare le persone che si recavano a fare la spesa “troppo spesso”. Il decreto lo permetteva. Infine, oggi, qualsiasi persona sia vista per strada in qualsiasi orario della giornata, viene ritenuta un po’ “colpevole”. Come un processo alle intenzioni costante. Senza conoscerle, però. 

Infatti, mi chiedo da quando abbiamo iniziato a leggere nella mente delle persone. Intendo..tutti. Da quando abbiamo iniziato a leggere nella mente delle persone?

Di solito è una virtù di noi psicologi. “Ehi, sei psicologo? Non leggermi nella mente eh e non psicanalizzarmi!” Magari c’entrasse la psicologia. Se ne parla davvero ancora poco. Non fraintendetemi. Noi psicologi parliamo, e anche bene! Abbiamo ancora poche orecchie ad ascoltarci. Ci dobbiamo lavorare. D’altra parte, ora l’emergenza è un’altra.

Oppure, forse siamo solo vittima della semplicistica retorica “in fondo i tuoi nonni andavano in guerra, a te è solo richiesto di stare sul divano”.

Già, forse, stare sul divano è molto di più di quello sembra. Inattivi, spettatori, vittime dell’incertezza propria di ambiti come la politica e la scienza, siamo stati tutti trascinati giù, verso la realtà più pura e vera dell’esistenza: è ben poco quello che possiamo controllare come uomini, l’ordine che ci raccontiamo sia certo, ora, sembra sia solo frutto di una nostra riorganizzazione a posteriori degli eventi.

– “Dai, non è vero, siamo onnipotenti, pieni di benessere, tutelati, assistiti, seguiti, al sicuro. Non siamo in guerra!”-

Giusto, dimenticavo, “siamo sul divano”, non in guerra.

Ma qualcuno si chiede – “Forse c’è di più?” –

Magari c’entra la psicologia. Concediamoci un dubbio: siamo sicuri di essere davvero solo sul divano?

Beh, la guerra ha tante forme e quelle più subdole sono anche le più letali. Quelle psicologiche sono quelle più sottovalutate. Sono come i virus. Non si vedono, si possono ignorare, finchè non fanno il boom con qualche sintomo o esito eclatante. Forse, potremmo partire da qui, considerando atti di biasimo diffuso, continuo e tollerato come sintomi di cui preoccuparci.

-“Ma no. In fondo, siamo solo sul divano.”-

Giusto, quindi pensiamo alle cose di cui davvero dovremmo preoccuparci: di mangiare, bere, avere i soldi per andare al supermercato. Poi quando ti incammini, se non hai la mascherina, attenzione! Non sei a norma. –  “Quindi lo possiamo biasimare ora?” – Beh, la legge dice che non va bene. La legge sì. – “E noi?”- 

Immaginiamo che..avete finito il toner della stampante, le penne in casa, siete con bambini piccoli, lo stipendio stenta ad arrivare, non dormite bene perchè state, giustamente, a casa sul divano tutto il giorno. Siete soli, lontani dalla famiglia. Le mascherine non si trovano. Vostro figlio ha fame e le piattaforme online per la spesa a domicilio non presentano da settimane uno slot orario libero per la consegna. Nessuno da chiamare. Il bambino piange, uscite con l’autocertificazione che avevate ma senza la mascherina. Avete solo i guanti e siete in salute.

Un vicino si affaccia alla finestra e cosa vede? Un uomo senza mascherina fermato dai carabinieri e con l’autocertificazione sbagliata. E’ da sanzionare? Per la legge si. E’ giusto.

-“Aspetta, questo è uno scenario troppo difficile, a chi potrebbe accadere una cosa simile?”-

Va bene, facciamo un esempio più fresco, più recente e raccontiamolo al contrario rispetto al primo. Al telegiornale sportivo, il conduttore orienta l’attenzione su un video girato da poco che mostra due persone, a debita distanza (più di un metro) da lontano, le quali camminano in piazza Duomo a Milano di sera. Il conduttore le biasima perché non rispettano le regole del decreto #iorestoacasa. L’assistente alla conduzione concorda con lui e ribadisce che bisogna stare a casa. 

Mario e Chiara sono due infermieri che hanno appena terminato il turno prima di quello notturno in ospedale. Sono stanchi, distrutti. Hanno anche sbagliato strada. I mezzi non vanno come dovrebbero e non hanno molta voglia di prenderli. Decidono di attraversare a piedi piazza Duomo per raggiungere le rispettive abitazioni prima. I carabinieri li conoscono e sanno il lavoro che i due svolgono, quindi li salutano. 

Noi tutti siamo sia quel vicino sia quell’uomo. Siamo il conduttore e la sue equipe e siamo Mario e Chiara. 

Adesso, vi chiedo, chiedo a tutto il popolo italiano sul divano – “Possiamo biasimarli e sanzionarli?” – Spero che, ora, per tutti, la risposta sarà più complessa di un sì e di un no. 

Da cattolici quali siamo si dice “ama il prossimo tuo come te stesso”. Beh, se desiderassimo essere trattati come trattiamo oggi il nostro prossimo, il vicino, l’OMS dovrebbe sollevare dubbi sulla sanità mentale di tutti noi. D’altra parte, il vicino ha sbagliato. In fondo, è in ballo la salute di tutti.

Magari potremmo pensare e riflettere domandandoci “ma qualche settimana fa non era obbligatoria la mascherina e l’autocertificazione valeva così com’era, cos’è cambiato?” La risposta: il decreto..
Qualcun’altro più spericolato potrebbe azzardarsi a chiedere: – “Ma il decreto riflette la scienza oppure il bisogno del popolo sul quale è applicato?”- 

Complesso a dirsi. 

Forse basterebbe “leggere” nella mente dell’uomo e di tutti gli uomini per capire se possiamo biasimarli. Ma non siamo psicologi. Qui è in gioco la salute fisica…mica quella mentale. 

-“Infatti, siamo tutti comodi sul divano, qual è il problema?”- 

Potremmo concederci il dubbio che, forse, stare sul divano ci sta cambiando un pochino. Forse, sentiamo di cogliere le discrepanze del reale in stile Matrix. Si aprono delle crepe. Abbiamo dei Déjà vu. L’incertezza si fa sentire. La rigida osservanza delle regole non sembra calmierarla.

-“Ma non può essere. Noi siamo al centro. Noi siamo solo seduti sul divano. Smettiamola con queste sciocchezze. Il solo virus è fisico, tangibile, coltivabile, misurabile.”-

La verità? Tutti i virus lo sono, anche quelli più antichi e subdoli, come la paura. Lei resiste nei meandri dei nostri pensieri più felici, nelle nostre azioni che sembrano più “giuste”. Ci spinge ad odiare il prossimo. A picchiare il paziente zero italiano, per aver contratto il virus. Ci spinge lontano dal nostro prossimo. 

Gentilezza, pazienza, comprensione, empatia, non sono solo parole ornamentali della psicologia, del decoro e del buon senso. Sono anche gli ingredienti per uscire davvero dalla crisi, per sviluppare gli anticorpi per la paura, ovvero per diventare resilienti. Per non sottovalutare la nostra anima che si nutre dei fatti del mondo e non è separata dal suo corpo nè da quello di chi ci circonda e dall’universo stesso. 

L’orrore chiama la paura. La paura chiama l’odio. Tutto questo, semplicemente andando e tornando dal divano. Adesso, siamo ancora davvero convinti di “stare solo sul divano”?

 

La Realtà Virtuale per la Salute fisica e mentale: Facciamo il punto con il pioniere Italiano che per primo ci ha creduto..

Cari lettori,

ci lamentiamo spesso che i cervelli fuggono dall’Italia ma frequentemente accade anche che tali menti restino e siano poco conosciute dai più. O perchè nell’opinione pubblica non si desta una curiosità tale da approfondire, oppure perché noi scienziati non siamo in grado di farla sbocciare, resta il fatto che menti eccelse fautrici di invenzioni pionieristiche che oggi sembrano parte del mainstream, sono spesso conosciute nel settore di provenienza ma restano poco note al grande pubblico.

The WAY Project mira a ristabilire un equilibrio nella comunicazione della scienza. Oggi, The Way project dà voce ad uno scienziato Italiano con un grande amore per le tecnologie e la psicologia.

E’ Giuseppe Riva, professore Ordinario di Psicologia Generale dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano che per primo, quando tutti lo schernivano e sgranavano gli occhi al suo passare, ha creduto nel potere della Realtà Virtuale applicata alla psicologia.

Giuseppe Riva, per i suoi collaboratori “Beppe”, è un noto scienziato internazionale che non ha mai smesso di guardare meravigliato alle potenzialità di qualsiasi tipo di tecnologia per la promozione del benessere delle persone. Dalla curiosità nata per la Realtà Virtuale (RV) quando era ancora uno strumento del mondo del gaming, dell entertainment, costoso e poco praticabile, Giuseppe Riva ha avviato una linea di ricerca che va avanti da 30 anni e abbraccia lo studio di processi fondamentali come la memoria, le emozioni, la percezione (interna ed esterna al corpo), e delle loro applicazioni con persone sane (training di promozione di emozioni positive, benessere..) e con patologie specifiche (Anoressia Nervosa, Bulimia, Binge Eating, Obesità, Demenze, Anziani fragili..). L’ingrediente è sempre lavorare in team. Altrimenti, nella ricerca non si va da nessuna parte.

In questa intervista, Beppe ci racconta come oggi la Realtà Virtuale è applicata nel campo della salute, in Italia e in giro per il mondo.

Volete saperne di più: ecco il libro scritto da Giuseppe Riva e Andrea Gaggioli, più volte menzionato nel mio blog, che fa per voi “Realtà virtuali. Gli aspetti psicologici delle tecnologie simulative e il loro impatto sull’esperienza umana

MIND LIES: LA MENTE MENTE..

Siamo curiosi di capire quanto sorprendente sia la nostra mente, in modo semplice, alla portata di tutti ma MAI banale?

Ecco il libro che fa per voi: “LA MENTE MENTE

Esistono diverse “versioni” di noi nel corso della giornata: siamo padri, madri, amiche, lavoratori, appassionati di musica o di sport ed ognuno di questi frammenti compone una sola identità e una sola mente. Come spiegare questo equilibrio paradossale?

Beh, come se fossero tanti inquilini che provano a convivere in armonia nella stessa casa..

Insomma….leggete!

E la mente di per sé? La mente non è separata dal cervello ma ne emerge. Così come il neurone da solo non costituisce il pensiero ma ne è la componente fondamentale, allo stesso modo, tanti neuroni insieme sanno coordinarsi per generare un pensiero: qualcosa che pur andando oltre l’attività dei neuroni, parte da essi.

La mente, insomma, emerge dal cervello ma non si riduce ad esso.

E la Coscienza? Beh, la coscienza non sarebbe localizzata in un’area precisa del cervello ma addirittura creerebbe il cervello stesso. Per approfondire, clicca qui.

E la meditazione? Ci ripetiamo: leggete il libro. Tuttavia, se siete curiosi e volete iniziare ad assaporare qualcosa di scientifico in merito, ecco qualche pillola:

1. Meditation Programs for Psychological Stress and Well-being: A Systematic Review and Meta-analysis;

2. Mindfulness Meditation for Chronic Pain: Systematic Review and Meta-analysis;

3. Meditation and Secondary Prevention of Depression and Anxiety in Heart Disease: a Systematic Review.

 

Se vi piacciono questi temi, iscrivetevi al canala “THE WAY” su youtube:

 

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